non poteva che
piacere alla Destra
di Annalisa TERRANOVA
Quando si accendono i riflettori dello
spirito sulla storia e sulla letteratura, ciascuno (tessere politiche a parte)
sceglie il luogo, fantastico o reale, nel quale identificarsi, l’angolino di
un'immaginaria dimora dove si trova a proprio agio. Entrano in gioco, insomma,
le cosiddette affinità elettive.
Vogliamo chiamarle destra e sinistra ? Facciamolo pure, purché lo si faccia con
la consapevolezza che le etichette sono sempre un po' posticce e un po'
"menzognere". Tutto ciò vale per Tolkien e per il suo “Signore degli anelli” come per molti altri
autori e romanzi. Pure, sull'onda del successo annunciato del film, certe
analisi che affiorano qua e là ci stuzzicano a parlare del "nostro"
Tolkien, del perché a un certo punto degli "oscuri" anni Settanta un
gruppo (peraltro minoritario) di giovani scelse gli hobbit come emblema della
sua “rivolta ideale”, favorendo una rivoluzione antropologica e di costume che poi è entrata nello stesso
dna della destra italiana: i Campi Hobbit sancirono il tramonto della
coreografia del "picchiatore nero", della giovane destra muscolare e
tutta saluti romani, per inaugurare una nuova era, quella della contestazione
accompagnata dal dialogo con gli avversari e dall'analisi critica di una
contemporaneità avvertita come “decadenza.
Il mito tolkieniano
si adattava alla perfezione a queste ansie e a questi sogni, per questo fu
scelto, con felice intuizione, a rappresentare la "missione" che un
gruppo di giovani si era autoassegnata in consapevole e autarchica solitudine.
Non a caso uno dei gruppi di musica alternativa che all’epoca si formarono si chiamava proprio la Compagnia dell’Anello. Non ha caso fu scelto i pacifico popolo
degli hobbit a simboleggiare una comunità giovanile stanca di inutili e
sanguinose guerra generazionali. Un popolo che era anche saggio, antico e
determinato. Un popolo che sapeva guardare oltre le ombre, che sapeva ascoltare
linguaggi arcani, riconoscendovi la forza di un fascino irresistibile. Ma
questa è cronaca politica. Non è necessario che tutti la conoscano, non è
indispensabile che tutti la capiscano (e infatti molti anche a destra, non la
capirono).
Al di sopra, c’è la saga di Tolkien. Densa di elementi
desunti dal cuore della tradizione culturale europea.
Tipologie ricordate da Adolfo Morganti in un approfondito
saggio apparso su Area: il simbolo
medievale della Cerca, quello dell’Albero secco che rappresenta l’oscurarsi
della sovranità, e poi l’anello, il drago, i nani e gli elfi. Tutto ciò,
dunque, che per la cultura progressista, razionalista e di derivazione
illuminista rappresenta un inutilizzabile “ciarpame medievale”. Un ciarpame che ad alcuni piace, ad altri
no. Non fu una circostanza fortuita che
il “Signore degli Anelli” venne
tradotto e pubblicato nel 1970 – come annota Gianfranco De Turris - dalla casa editrice Rusconi invisa all’intellighenzia
dominante e di sinistra. “Repubblica”
dice oggi che Tolkien fu scrittore “ strattonato” dalla destra. “Libero”
corregge il tiro e parla di “culto trasversale” dell’inventore degli hobbit e invita a farne addirittura “l’icona
della resistenza all’euro” pagando in lire il biglietto del cinema.
Ma non si può liquidare il caso liberandolo dalle “strumentalizzazioni”,
se mai ve ne furono: il gioco dei gusti e dei contrasti è ludico solo fino ad
un certo punto. C'è sempre un momento in cui la scelta deve avvenire: chi si
affida alla ragione, chi si affida a ciò che c’è oltre il velo dell’illusione. Il primo chiamerà fantastico il mondo di
Tolkien, il secondo lo crederà vero. Chi tra i due sia il credulone non è dato
sapere… Come dice lo stesso Tolkien “le fessure del mondo noi abbiamo riempito
di elfi e folletti: fu un’insolenza truce? Era un nostro diritto”.
Di certo non è essenziale se, per vedere quel mondo
ricostruito sul grande schermo, pagheremo in lire o in euro. Le monete, dinanzi
alle frontiere dell’anima, sono come ombre ferite dalla luce.